product design

art direction

exhibit design

events organization

Profilo

Paolo D’Arrigo, classe 1967, formazione multidisciplinare che spazia dalla sociologia al design.

Maker “ante litteram”,  da oltre venti anni  al profilo di designer industriale affianca le attività di direzione creativa, progettazione di spazi espositivi per stand commerciali e mostre culturali, ideazione e organizzazione di eventi, insegnamento (Dal 2007 al 2011 Sapienza Università di Roma - Dal 2001al 2010 Istituto Europeo di Design) e associazionismo (Dal 2000 al 2004 Presidente di In Forma Azione - attualmente Presidente di ADI Lazio e componente del Consiglio Direttivo ADI nazionale).

Osservatore attento della realtà e dei mutamenti che interessano il mondo del progetto, ha ideato e organizzato numerosi eventi culturali incentrati sull’evoluzione del design e del gusto.

Un percorso esplorativo completo, circolare, che dal progetto porta all’uomo e dall’uomo all’oggetto.

Approfondimenti

 

Domitilla Dardi: Come ti sei avvicinato al mondo del design, quale è stata la tua formazione?

 

Paolo D’Arrigo: Direi che il mio guardare al mondo del design è avvenuto in maniera spontanea, fattuale, nel senso che non ho fatto studi specifici – anche perché all’epoca non esistevano le scuole che ci sono oggi – ma sono sempre stato affascinato dalla possibilità di usare le mani per realizzare oggetti e da come questi veicolino le relazioni tra esseri umani. Per questo da un lato ho cominciato con il restauro e dall’altro ho seguito gli studi di sociologia. Ho cominciato ad amare gli oggetti e a prendermene cura per riportarli a loro stessi, alla loro forma originaria. Da lì è partito il mio desiderio di analizzare il rapporto fra uomo e oggetto, fra uomo e ambiente costruito.

 

DD: Molti tuoi colleghi nello studiare queste relazioni di cui parli si sono serviti di tipologie, di categorie quasi antropologiche. Tu come ti poni nell’indagare il dialogo tra uomo e oggetto?

 

PD'A: Se c’è una cosa che ho capito in questi anni di attività è proprio che la ricchezza di questo dialogo sta nella sua imprevedibilità. I direttori marketing delle aziende vorrebbero sempre trovare l’equazione della relazione tra oggetto e utenti, ma in realtà la bellezza è proprio in quello che io definisco il “comunicare l’inatteso”. Intendo dire che nel progettare io non sono interessato a rispondere a un bisogno già codificato, quanto ad offrire una soluzione che forse non ci si aspettava anche in tipologie molto conosciute. L’idea è che puoi partire dagli stessi ingredienti, ma poi l’invenzione è tutta nel come li utilizzi.

 

DD: Come descriveresti il design a chi non è un esperto?

 

PD’A: Credo ci sia un grande fraintendimento su cosa sia un oggetto di design e cosa non lo sia. Molti non addetti ai lavori pensano che quello di design sia un oggetto che oltre a svolgere una certa funzione abbia in sé anche una componente estetica, come se questa fosse qualcosa di aggiunto. Io penso che il design non sia un valore aggiunto, ma il valore stesso dell’oggetto. E’ un processo completo e complesso che va dal come si intende l’oggetto nella sua prima idea progettuale a come questa viene realizzata in un prodotto comunicato e fruito dal pubblico. In una visione più ampia il design è l’etica della produzione industriale.

 

DD: Infatti guardando alle tue attività mi sembra che questa circolarità del prodotto, dalla sua ideazione alla sua comunicazione, sia un fattore importante nel tuo lavoro…

 

PD’A: Sì, mi piace occuparmi del prodotto a 360°, non solo nel senso della sua progettazione, ma anche per quello che riguarda la comunicazione, la grafica, l’allestimento delle occasioni espositive. Non penso che un’attività possa considerarsi separata dalle altre e avere la possibilità di controllarne tutto l’iter passo passo sia un arricchimento per me come progettista e anche per i miei clienti che sanno che la stessa filosofia sarà rispettata nelle diverse fasi di esecuzione dell’idea.

 

DD: Cosa cambia quando segui tutto questo meccanismo non come progettista, ma come art director?

 

PD’A: In realtà non considero mai le due parti separate nel mio lavoro, ma complementari. Quando sviluppo una linea di comunicazione o una strategia di prodotto per un’azienda lo faccio considerandola parte di un progetto più ampio e completo, così come faccio nella mia pratica di designer.

 

DD: Quello che colpisce comunque in tutta la tua produzione è che il metodo, l’approccio progettuale, infatti, vince sulla forma. Intendo dire che non esiste un formalismo che identifica in maniera univoca i tuoi lavori, ma al contrario la tua è una proposta molto variegata.

 

PD’A: Per me la forma di un oggetto di design industriale è la conseguenza di un processo creativo volto a soddisfare molti vincoli e necessità. In alcuni casi nel mio lavoro si possono trovare dei rimandi formali, ma sono motivati da soluzioni tecniche, funzionali o ambientali, non sono scelte estetiche. Mi piace dialogare con la natura semantica del materiale che scelgo per il mio progetto, e da questo mi lascio motivare. Per esempio la ceramica è un materiale che nasce dall’incontro degli elementi terra e fuoco e cerco di assecondarne questa natura sapendo che la forma in sé non vale se poi non tiene conto delle regole tecniche. In questo forse quella mia formazione di artigiano e restauratore mi aiuta.

 

DD: Quindi ti ritieni più un designer del fare che un progettista che si identifica con una corrente formale?

 

PD’A: Si, perché il rincorrere correnti e trend formali la ritengo una pratica limitante, incompleta, un design senza radici progettuali.

 

 

FRAMMENTI DI UN’INTERVISTA, di Paola Carimati (2005)

 

Paolo D’Arrigo si avvicina al mestiere di designer “in maniera spontanea e casuale. Autentica”. Un percorso di crescita professionale in cui ricordo, comprensione e percezione hanno contribuito a dare forma al pensiero progettuale. Casualità intesa come fatto sentito e non costruito, come necessità espressiva di una volontà creativa che percepisce e comprende, restituendosi al progetto. Non osserva la realtà, la ascolta, per scoprirne il valore, interpretarla e tradurla in progetto. Del tracciato familiare (vissuto fra la leggerezza dell’arte orientale e l’ecletticità degli arredi anni 70) conserva la sensibilità verso gli oggetti dalla forte espressività. Di quell’atmosfera classica ha trattenuto la lievità e il rispetto verso la semplicità delle forme. Linee pure e al tempo stesso essenziali. Non solo segni, ma significati.

 

Gli studi di sociologia poi, “mi hanno concesso di vedere le ‘faccende umane’ e di analizzare il rapporto fra uomo e oggetto, fra uomo e ambiente costruito. Ho sempre lavorato nel campo dell’interpretazione: degli uomini e degli oggetti”. E proprio quell’attenzione alle ‘faccende umane’ gli consente, attraverso l’oggetto “di comunicare l’inatteso”. Ritrovando il senso della casualità.

 

Non ama perdersi in formalismi ridondanti e recupera il senso del design come atto etico strettamente connesso al processo produttivo, all’interno del quale deve emergere l’identità dell’oggetto progettato e non il valore della merce. “Il design è un’attività creativa che nasce e si sostanzia nei grandi numeri. Non è un valore aggiunto, ma il valore stesso dell’oggetto”.

 

Al profilo di designer e di ingegnerizzatore affianca le attività di direzione artistica, di progettazione di spazi espositivi e di autoproduzione di oggetti per mostre culturali e concorsi (ha partecipato attivamente all’ideazione e all’organizzazione di eventi culturali incentrati sull’evoluzione del design e del gusto). Completano il curriculum: insegnamento e associazionismo. Un percorso esplorativo completo, circolare che dal progetto porta all’uomo e dall’uomo all’oggetto, per vincere i vincoli, di progetto e di produzione.

 

Un tema cardine nella procedura progettuale di Paolo D’Arrigo è la scelta del materiale. Duttile e versatile alla creatività, deve vivere di vita propria. “Mi piace dialogare con la natura semantica del materiale che scelgo per il mio progetto. E’ sul valore segnico che si sostanzia il senso e quindi anche la comunicazione di un oggetto”. Una questione di interpretazione, di ricerca di senso e di segni, da tradurre e da raccontare. Segni casuali. Segni inaspettati. “Come nel gioco delle carte. Ogni mano è diversa”. E come il tratto autoriale di Paolo D’Arrigo, che non si lascia ricondurre a uno stile, a una linea o a una firma riconoscibile. “Non forzo e non vincolo la forma all’oggetto per consolidare la riconoscibilità del mio tratto autoriale. Ma al contrario sono alla ricerca, sempre e in ogni progetto, di un minimo-comun-denominatore. Non sono un disegnatore. Sono un progettista”.

Success, your comment is awaiting moderation.